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La Lunga Rotta - B. Moitessier (parte Seconda)

domenica 10 giugno 2007 by Asterione



Avvicino la mano ancora un poco.. e comincio a carezzargli piano il dorso, pian piano, così. Allora mi parla, e e in quel momento capisco che non è un miracolo, ma una cosa del tutto naturale. Mi racconta la storia del Bel Veliero carico di esseri umani. Delle centinaia di milioni di esseri umani.
Alla partenza di trattava di un lungo viaggio d'esplorazione. Quegli uomini volevano sapere da dove venivano, dove andavano. ;a hanno dimenticato totalmente perchè siano su quel bastimento. Allora, a poco e a poco, sono ingrassati, sono diventati dei passeggeri esigenti, la vita del mare e del bastimento non li interessa più. Li interessano le loro piccole comodità. Hanno accettato di diventare mediocri e quando dicono "Così è la vita" è un attimo di accettazione della cialtroneria. Si è rassegnato anche il capitano, perchè teme d'indisporre i passeggeri, virando di bordo per evitare gli scogli sconosiuti che egli percepisce in fondo al proprio istinto. La visibilità diminuisce, il vento rinfresca, il Bel Veliero continua a fare la stessa rotta. Il capitano spera che si produrrà il miracolo che calmi il mare, e consenta di virare di bordo senza disturbare nessuno. Il sole è salito fino al meridiano. Ha passato il meridiano e io non mi sono ancora mosso. Adesso il piccolo gabbiano dorme sul mio ginocchio. Lo conosco da tempo. Vive su tutte le isole dove il sole è il dio degli uomini e lo chiamano la "Goletta Bianca". Se ne va in mare al mattino e ritorna sempre alla sua isola la sera. Perciò, basta seguirlo. Oggi è venuto a mettermi sulla buona strada, a più di settecento miglia, mentre di solito non si allontana più di trena o quaranta miglia. Lo avevo cercato invano nell'Oceano Indiano mentreil Marie-Therese correva verso gli scogli. E Quella notte avevo perduto la mia barca.
La verità è che dormivo nella comodità della mia cabina, il pomeriggio quando la Goletta Bianca voleva mostrarmi l'isola nascosta dietro gli scogli.
Adesso si è svegliata e mi racconta ancora del Bel Veliero dove molti uomini sono ancora rimasti marinai. Questi non portano guanti, per sentire meglio la vita delle manovre e delle vele, camminano scalzi e serbano il contatto con il loro bastimento così grande, bello e alto, i cui alberi arrivano lassù fino al cielo. PArlano poco, osservano il tempo, leggono nelle stelle e nel volo dei gabbiani, riconoscono i cenni che i delfini gli fanno. E sanno che il Bel Veliero corre verso la catastrofe.
Ma non hanno accesso alla barra e alle caviglie, scalzacani come sono, e tenuti alla larga. Si sentono dire che puzzano, e di andarsi a lavare. E parecchi sono stati impiccati per aver tentato di cazzare le delle vele del quartiere di poppa e filare quelle del quartiere di propra, per modificare almeno un poco la rotta.
Il capitano aspetta il miracolo tra il bar e il salone. Ha ragione di credere ai miracoli. Ma ha dimenticato che un miracolo può nascere solo se gli uomini stessi lo creano, infondendovi la propria sostanza...

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